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Ingegneri under 30 introvabili? Ci sono, ma non lavorano qui (o fanno altro)

Pochi scienziati, pochi tecnici e soprattutto pochi ingegneri. A leggere i dati sul cosiddetto mismatch, il deficit di profili richiesti dalle imprese, il mercato italiano sembrerebbe afflitto dalla carenza di laureati in ingegneria. Secondo gli ultimi dati Unioncamere il 59% delle imprese fa fatica a rintracciare risorse specializzate sul mercato, mentre Eurostat certifica che la Penisola è tra i fanalini di coda per popolazione attiva impiegata negli ambiti di scienze e tecnologie. Colpa della latitanza di profili adeguati? Non proprio. Se si sfogliano i dati dell’ultimo Profilo dei laureati di Almalaurea, il consorzio che riunisce oltre 70 atenei su scala italiana, si scopre che il gruppo disciplinare di ingegneria è tra quelli che conta più laureati in assoluto: 33.412 in totale. Un blocco secondo solo ai circa 39mila dottori in economia ed equivalente al 12% dei 272.225 laureati registrati nel 2016, con tanto di crescita a ritmo costante negli ultimi anni accademici: gli ingegneri in uscita dai nostri atenei erano 26.865 nel 2013 e 21.961 nel 2010.

Del resto non si può neanche ipotizzare che il problema sia sulle chance lavorative in sé, visto che i neolaureati in ingegneria godono di tassi di occupazioni e livelli retributivi superiori alla media. Secondo i numeri di AlmaLaurea, i dottori magistrali in ingegneria che lavorano, a cinque anni dal titolo, sono l’88% del totale, dietro solo a medicina (93%). Anche le retribuzioni mensili nette sono tra le più alte in assoluto: 1.717 euro, contro i 1.405 euro di media degli altri gruppi disciplinari.
E allora, da cosa dipende il surplus di posizioni aperte? Il punto è che non è detto che gli ingegneri formati in Italia siano interessati a lavorare nella Penisola, né che l’approdo finale sia quello di imprese tradizionali di industria e manifattura. Secondo dati del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri (Cni), i flussi di nostri laureati all’estero sono «in fase di rallentamento», ma continuano a coinvolgere quasi un caso su 10: l’8,3% del totale, con un neolaureato su 20 in partenza già entro 12 mesi dalla laurea. La molla per trapiantarsi oltreconfine è (anche) quella delle retribuzioni: i circa 1.700 euro netti offerti in Italia sono superiori agli standard degli altri gruppi disciplinari, ma inferiori aI 2.029 euro di media che si registrano nel resto d’Europa. Più che una fuga, la mobilità degli ingegneri sembra insomma una opzione naturale all’interno di un mercato senza particolari confini geografici. Come spiega Massimiliano Pittau, direttore della Fondazione Cni, «se uno deve scegliere tra trasferirsi in Italia o all’estero – spiega – sarà naturale andare dove la retribuzione è più conveniente, almeno in fase di ingresso. È solo una questione di mercato».

Quasi 1 su 2 lavora nei servizi
La mobilità oltreconfine, però, non spiega tutto. La carenza di ingegneri nelle imprese si riallaccia a un trend più generale: i neolaureati nel settore sono sempre più attratti da carriere esterne agli sbocchi nelle aziende e nel settore pubblico, virando ad esempio su consulenza e management. Sempre secondo i dati del Cni “solo” il 54,2% degli ingegneri lavora effettivamente nell’industria, mentre il 44% è impiegato nel settore dei servizi: l’11,8% nel segmento di informatica e dati e l’11,6% nella consulenza, settori che assorbono rispettivamente oltre al doppio delle risorse indirizzate sulla manifattura (5%). In questo caso, influisce anche lo scarso aggiornamento tecnologico delle imprese italiane: i profili più qualificati sono poco attratti dalle posizioni aperte nelle nostre imprese perché rischiano di “sprecare” competenze più avanzate e spendibili all’estero o in grandi corporation. «Il problema è il tessuto manifatturiero che ha carenze di innovazione che lo rendono poco attrattivo – dice Pittau – E questo fa sì che i laureati si orientino altrove, dalla consulenza al management, dove sono apprezzati perché combinano conoscenze economiche e sul ciclo di produzione».
Secondo Ilaria Maselli, ricercatrice al Conference Board di Bruxelles, bisogna capire che «c’è qualcosa di più dietro al fatto che i laureati Stem non sono mai abbastanza: ci sono, ma fanno altro». Maselli cita l’esempio degli Stati Uniti, dove si parla ciclicamente della «carenza di risorse tecnico-scientifiche» nonostante il totale di laureati sia in costante ascesa: oltre mezzo milione (568mila) solo nel 2016, dietro solo a India (2,6 milioni) e Cina (4,7 milioni). Come succede anche ai nostri ingegneri, la laurea è quella «giusta» per trovare lavoro sul mercato domestico. Ma non è detto che il paese, o il settore, siano quelli attesi dalle aziende: «Negli Usa ce ne sono tanti ma i datori di lavoro non riescono comunque trovarli – dice Maselli- E questo perché fanno altro: consulenti, manager e altri incarichi con retribuzioni più elevate e migliori prospettive di carriera».

di Alberto Magnani

Il Sole 24 Ore